Cangrande, il Magnifico Signore e il Can Rabbioso

​Per 100 anni i signori incontrastati di Verona sono stati i Della Scala. Il loro potere fiorisce indisturbato e permette il prospero sviluppo economico e artistico della città, fino alla metà del XIV secolo, quando si trasforma in un sorta di dittatura. La casata e’ guidata ora da Cangrande II, che le cronache dell’epoca definiscono il “Can Rabbioso” per i modi rudi, accentratori e dispotici con cui amministra il potere al costo di forti dissidi interni.

Oggetto di congiure e rivolte popolari, Cangrande II decide di costruire una fortezza sull’Adige individuando il punto più agevole per l’accesso del nemico, in modo da garantire un controllo sicuro ed efficace alla città, ma prima di tutto a stesso. Fanno da sostruzioni al nuovo castello le rovine della chiesa medievale di San Martino in Acquaro, nonché le mura cittadine del XI secolo, tra cui la porta del Morbio. 

Passeggiando lungo il fiume ancora oggi il mastio si staglia dominato dall’imponente torre dell’Orologio, sul muro di cinta svettano altre 7 torri e, come nella più tipica tradizione, il ponte levatoio concede l’acceso alla piazza d’armi. Sul lato posteriore il Ponte Scaligero in pietra a tre possenti arcate, in caso di assedio prolungato, deve permettere la fuga della famiglia verso le terre bavaresi. 


Quando Verona entra nell’orbita della Serenissima la fortezza viene adibita a caserma e polveriera; nell’Ottocento mantiene la sua funzione militare, facendo da spartiacque tra il dominio austriaco e francese della citta’. Durante il regime fascista Verona viene pervasa da un forte spirito di ricostruzione e Antonio Avena promuove il restauro del Castelvecchio per destinarvi le collezioni di arte antica e moderna: accurate merlature ghibelline tornano ad orlare i camminamenti esterni, portali e finestre ad ogiva, traslati da edifici ormai senza vita, punteggiano la facciata con austera eleganza per riecheggiare gli antichi fasti scaligeri. 
Anche il Castelvecchio entra nel novero dei “musei di ambientazione”, dove per raccontare la storia si procede fondendo opere d’arte alla suggestione decorativa.


Il secondo dopoguerra determina la rinascita definitiva del castello, dopo le pesanti mutilazioni belliche e dopo aver ospitato il noto “Processo di Verona” ai danni degli oppositori interni al regime, in cui viene condannato a morte anche Galeazzo Ciano. Solo un architetto come Carlo Scarpa, veneziano di origine ma da sempre intriso di cultura e spirito  orientale, può ridisegnare gli spazi e ripensare l’esposizione museale.

L’intervento di Scarpa ha riportato, con attenzione, in dialogo parti storiche, aggiunte novecentesche e le sue innovazioni “irregolari”. Ora le ricche collezioni si dispiegano tra muri in calcestruzzo a vista interrotti da lame di luce che smaterializzano gli elementi piu’ solidi di ogni edificio: angoli e pareti di vetro illuminano in modo inedito e al contempo costruiscono lo spazio, fessure verticali nel pavimento permettono la comunicazioni tra gli strati della storia, pareti grezze valorizzano i delicati lacerti medievali. 
Un sinfonia poetica di antico e contemporaneo, su cui vigila un sorridente Cangrande I, il Maginifco Signore che ha reso Verona una delle corti medievali piu’ importanti, ospitando perfino Dante Alighieri . Cangrande in posizione nodale per l’edificio, da qui puo’ nuovamente dominare la storia.

di Clara Bartocci

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