Angelica Bonfantini

A discapito dell’ingiusta definizione di Medioevo come epoca buia e retriva, Bologna proprio in questo periodo getta le basi per la sua fisionomia moderna. Come primo passo provvede alla costituzione della rete di canali navigabili, che la collegano al mare, e successivamente registra una particolare crescita demografica dovuta all’importanza della sua Università, all’abolizione della servitù della gleba e ai commerci in aumento.

Per poter accogliere tutti i nuovi 60.000 abitanti si cerca lo spazio in ogni direzione, in verticale con la creazione delle case-torri e in orizzontale attraverso l’ampliamento dei fabbricati esistenti. Proprio la crescita in larghezza delle dimore comporta la nascita di uno dei simboli più rinomati della città felsinea: difatti all’aumentare dell’abitazione soprastante diventa necessario introdurre una volta e una colonna lignea per scaricare meglio il peso. Presto fatto nascono i portici bolognesi, protezione nelle giornate più fredde, punto di incontro tra signori e stratagemma per isolare le case dal piano di calpestio umido e poco igienico. Dal Medioevo hanno mutato materiale costitutivo, ma mai la loro funzione e tantomeno la loro importanza. Attualmente i portici cittadini si estendono per ben 38 km, ma alcuni di essi si inerpicano fino sul colle della Guardia per raggiungere il santuario della Madonna di San Luca. Qui in alto, lontano dal frastuono cittadino, riposa l’antica icona cristiana della Vergine Odighitria, secondo la tradizione dipinta proprio dall’evangelista Luca e giunta a Bologna probabilmente intorno al XII secolo. Proprio sulla cima di questo stesso colle Angelica Bonfantini , giovane di buona famiglia bolognese, nel 1192 decide di costruire il suo eremo religioso, immersa nella natura rigogliosa e più vicina al cielo per pregare e proteggere efficacemente la Nostra Signora della Guardia, cuore della devozione popolare dal Medioevo ad ora. Angelica si batte strenuamente per l’autonomia della sua chiesa, fino ad ottenere la protezione del Papa contro i canonici di Santa Maria in Reno, che invano cercano di porre sotto il loro controllo l’edificio e la preziosa icona. Lo scorrere del tempo, tuttavia, rende necessari manutenzione e ammodernamenti stilistici prima nel Quattrocento e una seconda volta a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. A quest’ultima stagione architettonica si devono i portici sorti per proteggere il cammino dei fedeli in ascesa verso la Vergine di San Luca: 666 arcate, progettate da Gian Giacomo Monti e Carlo Francesco Dotti, coprono circa 4 km di strada, da Porta Saragozza alla cima del colle. Linee morbide e sinuose, abbinate all’uso di colonne libere nello spazio, fanno da cornice alle 15 cappelle del Rosario lungo il percorso santo, per terminare nel voluttuoso e avvolgente abbraccio della facciata del santuario.

Alla storia, infine, si intreccia, la credenza religiosa che interpreta il numero degli archi dei portici di San Luca come un’allusione alle forze oscure e ne assimila la forma a quella del serpente, che giunge ai piedi della Vergine per farsi schiacciare il capo, esattamente come annunciato nella Bibbia.

Da secoli, quindi, la magia di salire al Santuario per guadagnare l’agognata icona della Vergine è affidata proprio ai fascinosi portici di San Luca, che con il loro lento e regolare fluire tra verità e leggenda, ci allontanano progressivamente dalla quotidianità, ci immergono nella natura e poco a poco preparano il nostro animo all’agognata meta.

di Clara Bartocci

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