E.A. Giallo Petitot

Nel XVI secolo lo Stato Pontificio estende i suoi confini fino all’Emilia Romagna e, durante il pontificato di Paolo III, una porzione di esso viene resa autonoma: nel 1545 nasce il nuovo Ducato di Parma e Piacenza, dominio di Pier Luigi Farnese, valente capitano d’armi al servizio dell’imperatore Carlo V, ma soprattutto figlio illegittimo del papa. Il dominio dei Farnese dura per oltre 2 secoli, nel corso dei quali il ducato diviene una delle più splendide corti rinascimentali, fucina di eccezionali esperienze d’arte e di raffinati artisti, come Correggio e Parmigianino. Nel 1731 la dinastia si estingue nei Borbone, come previsto dal matrimonio dell’ultima erede Farnese con Filippo V re di Spagna e nel 1736 Il ducato entra nell’orbita dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo, fino al trattato di Acquisgrana, che riporta il territorio sotto l’egida borbonica.

Con la solida guida di don Filippo di Borbone e del primo ministro Guillaume du Tillot rinasce lo splendore artistico ed economico della corte. L’affabile e colto statista francese mira a ristabilire il primato culturale del ducato, attraverso la fondazione di istituzioni come l’Accademia delle Belle Arti e la gazzetta di Parma, e a ridisegnare la fisionomia cittadina con la rimodulazione dell’assetto urbano. A quest’ultimo scopo coinvolge il giovane architetto Ennemond Alexandre Petitot, dotato di immaginifico estro in equilibrio tra la bizzarria tardobarocca e la più soave razionalità neoclassica. Petitot inizialmente ripensa i palazzi ducali di Parma e Colorno, ma dagli anni ’60 del Settecento si dedica prevalentemente agli interventi urbanistici, rendendo Parma la più europea delle città ducali. L’obiettivo di Petitot è aggiornare la città secondo il gusto artistico dominante e, di concerto con il primo ministro, trasforma la degradata area delle antiche mura cittadine, parzialmente demolite nel Cinquecento, nel primo elegante e maestoso boulevard parmigiano.

Da ora, si scorgono passeggiare, a piedi o in carrozza, all’ombra di folti filari di pioppi, olmi ed ippocastani, signore con l’ombrellino e gentiluomini in ozio; scenografico coronamento prospettico della passeggiata sorge nel 1766, lievemente rialzato, il Casino del Caffè. Compatto, equilibrato ed elegante, mollemente affacciato sulla campagna circostante, si staglia uno dei primi caffè della penisola: due panciuti vasi dello scultore Jean Baptiste Boudard coronano la sommità dell’edificio, mentre una serliana trionfale concede l’accesso al piccolo spazio interno, inondandolo di luce. Per volontà dell’architetto Petitot la stessa luce plasma il prospetto esterno, decorato con fasce orizzontali e dipinto in morbido intonaco giallo. Nasce, dunque, proprio in questo momento la calda ed avvolgente luce parmigiana: palazzi ducali, dimore aristocratiche e i maggiori edifici del centro città dal Settecento in poi si tingono di intonaco color “chiaro d’ovo”, con la finalità di rischiarare e impreziosire le vie più significative. Nonostante il trascorrere dei secoli, delle dominazioni e delle mode, anche oggi, dopo pazienti interventi di restauro architettonico, Parma si veste di quella specifica tonalità di giallo, che le conferisce da sempre un’atmosfera preziosa e delicatamente sospesa nel tempo.

di Clara Bartocci

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